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Baby gang e disagio giovanile

Luglio 21, 2026
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Baby gang e disagio giovanile sono temi che interrogano non solo la cronaca, ma anche la famiglia, la scuola, lo sport e tutti gli adulti che accompagnano la crescita dei ragazzi.

Baby gang e disagio giovanile: cosa accade prima?

I numeri dell’operazione sono importanti: 539 arresti, 47 minorenni coinvolti, 954 persone denunciate, oltre 700 chili di stupefacenti sequestrati, armi, denaro contante e quasi mille profili social individuati per contenuti legati all’odio e alla violenza. Numeri che colpiscono, ma che non dovrebbero portarci solo alla reazione più immediata: “bisogna punire di più”.

La risposta giudiziaria è necessaria quando ci sono reati, vittime, armi, spaccio, aggressioni e organizzazioni criminali. Su questo non c’è molto da romanzare: quando la violenza diventa azione, lo Stato deve intervenire. Però, se ci fermiamo solo al momento repressivo, arriviamo sempre dopo. Arriviamo quando il danno è già stato fatto, quando qualcuno è già stato aggredito, reclutato, spaventato, ferito o trascinato in una spirale difficile da interrompere.

Il punto vero è cosa accade prima. La cosiddetta “baby gang” non nasce dal nulla. Non compare una mattina come un fungo dopo la pioggia, possibilmente con il cappuccio nero e il profilo social già pronto. Dietro molti comportamenti violenti o devianti ci sono spesso storie complesse: fragilità familiari, assenza di adulti significativi, dispersione scolastica, bisogno di appartenenza, rabbia non elaborata, ricerca di riconoscimento, povertà educativa, esclusione sociale, esposizione alla violenza e modelli culturali in cui forza, controllo e intimidazione diventano linguaggi di identità. Naturalmente questo non significa giustificare. Capire non vuol dire assolvere. È una distinzione fondamentale, anche se nel dibattito pubblico spesso viene trattata come un optional.

Capire serve a prevenire. L’adolescenza è una fase in cui il gruppo pesa moltissimo. Il bisogno di essere visti, riconosciuti, accettati e temuti può diventare potentissimo, soprattutto quando mancano altri luoghi in cui sentirsi competenti, importanti o parte di qualcosa. In alcuni contesti, il gruppo deviante offre ciò che altrove non è stato trovato: identità, protezione, status, appartenenza. Peccato che il prezzo sia altissimo, per sé e per gli altri.

Oggi questo meccanismo viene amplificato dai social. La violenza non è solo agita: viene raccontata, filmata, esibita, condivisa, trasformata in reputazione. Il profilo diventa palco, il gruppo diventa pubblico, l’atto aggressivo diventa contenuto. E quando il riconoscimento passa attraverso visualizzazioni, intimidazione e imitazione, il confine tra vita reale e rappresentazione si assottiglia in modo pericoloso.

Quando parliamo di baby gang e disagio giovanile, non possiamo limitarci a osservare il comportamento finale: dobbiamo chiederci quali bisogni, vuoti, pressioni e appartenenze abbiano preceduto quella condotta.

Per questo la prevenzione non può essere solo una lezione una volta all’anno, magari con slide tristi e il titolo “Educazione alla legalità” scritto in Comic Sans emotivo. Serve un lavoro più profondo, continuativo e integrato. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che la prevenzione della violenza giovanile passa anche da programmi scolastici, sviluppo di competenze sociali ed emotive, sostegno alla genitorialità e interventi rivolti ai contesti di vita dei ragazzi. Non esiste un’unica causa e non può esistere un’unica risposta.

Famiglia, scuola, sport, servizi sociali, forze dell’ordine, enti del territorio e associazioni devono imparare a lavorare prima che il disagio diventi reato. Non sempre è semplice, perché i segnali iniziali sono spesso ambigui: chiusura, rabbia, assenze, provocazioni, piccoli furti, uso problematico dei social, cambiamento del gruppo dei pari, bisogno continuo di sfida, disprezzo delle regole, perdita di interesse per scuola o attività positive. Nessuno di questi segnali, da solo, fa di un ragazzo un “delinquente”. E sarebbe gravissimo appiccicare etichette. Ma ignorarli tutti, aspettando che “passi”, può essere altrettanto rischioso.

Lo sport, in questo senso, può avere un ruolo enorme. Non perché sia magicamente educativo per definizione. Lo sport educa solo se è guidato da adulti preparati, capaci di dare regole, contenimento, appartenenza sana, responsabilità e modelli credibili. Altrimenti anche una palestra può diventare solo un altro luogo in cui si riproducono prepotenza, gerarchie tossiche e culto della forza. Quando invece è ben progettato, lo sport può offrire esattamente ciò che molti adolescenti cercano nel gruppo deviante: identità, riconoscimento, appartenenza, corpo, sfida, ritualità, status. Ma lo fa dentro un sistema di regole, limiti, responsabilità e relazioni significative.

giovani atleti sotto pressioneUn ragazzo che impara a stare in squadra, a perdere senza distruggersi, a rispettare un avversario, a reggere la frustrazione, a riconoscere un adulto autorevole e non solo autoritario, sta facendo molto più che “attività fisica”. Sta costruendo competenze di vita. Anche i genitori hanno bisogno di supporto. Spesso si trovano davanti a comportamenti che non sanno leggere: minimizzano per paura, irrigidiscono per disperazione, controllano tutto o si ritirano perché non sanno più come entrare in relazione. In questi casi non serve colpevolizzare le famiglie. Serve aiutarle a recuperare strumenti, presenza, confini e comunicazione.

La prevenzione del disagio giovanile non può basarsi solo sull’emergenza. Deve diventare una cultura quotidiana. Significa educare alle emozioni, alla responsabilità, alla gestione del conflitto, all’uso consapevole dei social, alla relazione con il corpo, alla legalità come esperienza concreta e non come predica. Il maxi blitz ci dice che il problema esiste ed è serio. Ma ci dice anche che dobbiamo cambiare domanda. Non solo: “Come fermiamo questi ragazzi?”. Ma anche: “Dove li abbiamo persi prima? Chi li ha visti davvero? Quali alternative credibili abbiamo offerto? Quali adulti hanno incontrato? Quali luoghi hanno avuto per sentirsi parte di qualcosa senza dover fare paura a qualcuno?”.

Il tema delle baby gang e del disagio giovanile richiede uno sguardo capace di tenere insieme responsabilità, prevenzione, educazione e contesti di vita.

La repressione può interrompere un reato. La prevenzione può interrompere una traiettoria. E se vogliamo davvero occuparci di criminalità giovanile, dobbiamo avere il coraggio di guardare entrambe le cose: la responsabilità degli atti e la responsabilità educativa della comunità. Perché un adolescente non è mai solo il suo comportamento peggiore. Ma se nessuno interviene prima, quel comportamento può diventare identità. E da lì tornare indietro diventa molto più difficile.Parlare di baby gang e disagio giovanile significa quindi guardare oltre il fatto di cronaca e interrogarsi su quali risposte educative, familiari e sociali possiamo costruire prima dell’emergenza.  (Articolo a cura di Monica Morandini Psicologa, criminologa minorile, consulente sportiva e formatrice)